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“Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?” (Mc 10,17) Messaggio per la XXV Giornata Mondiale della Gioventù

LE ATTESE DELLE NUOVE GENERAZIONI DOMANDE CONTROCORRENTE PER TROVARE LA
RISPOSTA di FRANCESCO OGNIBENE Avvenire martedì 16 marzo 2010

A cosa aspira una persona giovane se non a una vita «non mediocre»,
«riuscita», cui saper dare «un senso pieno»? Benedetto XVI lo sa per
esperienza e sa leggere quel che realmente i giovani dicono, magari mentre
sembrano affermare tutt’altro. Sa che al dunque non chiedono se non di
essere «pienamente felici» e di niente di meno possono accontentarsi, tanto
da far proprio lo stesso grido di Pier Giorgio Frassati: «Voglio vivere e
non vivacchiare! ».
Nel suo messaggio per la Giornata mondiale della gioventù ormai alle porte –
la prossima Domenica delle Palme –, diffuso ieri, li prende così sul serio
da proporre la storia di uno di loro: quel «giovane ricco» del quale parla
il Vangelo di Marco e che al Signore chiedeva la formuletta per guadagnarsi
«la vita eterna», nientemeno. Si aspettava forse la conferma che l’
osservanza delle regole codificate gli sarebbe bastata per cavarsela, ma si
sentì dire che per avere tutto quanto il suo cuore desiderava era proprio
«tutto» che doveva lasciare –«possedeva infatti molti beni» –, e «se ne andò
rattristato». Tristezza? È ciò che più fa orrore ai giovani, tanto che per
evitarla sono disposti a qualsiasi acrobazia. E allora come si fa a non far
la fine del giovane ricco? Il Papa lo dice ai ragazzi del mondo col suo tono
diretto e paterno, e lo si ricorda in quella dolce sera del settembre 2007 a
Loreto con 400mila giovani italiani, intento a spiegare il Vangelo come
duemila anni fa il Maestro sulle colline di Galilea. «Per scoprire il
progetto di vita che può rendervi pienamente felici – scrive loro –
mettetevi in ascolto di Dio, che ha un suo disegno di amore su ciascuno di
voi», e che dunque non va temuto come un tiranno esigente.
Il Papa garantisce: «Il cristianesimo non è primariamente una morale, ma
esperienza di Gesù Cristo, che ci ama personalmente », anche «quando gli
voltiamo le spalle». Non deve succedere allora di sentirsi tagliati fuori,
destinati a un auto-esilio, lontani da una Chiesa immaginata estranea a quel
che si agita nel cuore degli anni più inquieti. È vero l’esatto contrario:
la Chiesa sa che i giovani sono «ricchi», ricchissimi – «di qualità, di
energie, di sogni, di speranze », snocciola il Papa – e che quei beni li
posseggono «in abbondanza », ma come quel loro coetaneo che incrociò lo
sguardo del Nazareno si chiedono «cosa devo fare?». A cosa mi serve tutto
questo se non per qualcosa di grande, senza fine, eterno addirittura?
Chiedono, reclamano di «vivere intensamente e con frutto in questo mondo». E
Benedetto dà voce alla loro attesa di una proposta che li metta sulle tracce
di una felicità illimitata proponendo loro la scelta liberante di un’
esistenza costruita sull’asse dei comandamenti, «domande controcorrente
rispetto alla mentalità dominante». Alla richiesta giovanile di un «progetto
di vita» all’altezza delle attese più profonde il mondo replica proponendo
allegria e benessere a prezzi di saldo: e sugli scaffali sistema «una
libertà svincolata da valori, da regole, da norme oggettive», che spinge a
«rifiutare ogni limite ai desideri del momento». La libertà tanto ambìta è
deformata nella sua caricatura, perché il giovane, senza sapere come, si
ritrova «schiavo di se stesso, dei suoi desideri immediati, degli idoli come
il potere, il denaro, il piacere sfrenato». E una volta ancora è destinato
ad andarsene via, mortalmente triste. Ma c’è chi non si stanca di cercarlo,
per posare una volta ancora su di lui uno sguardo di sbalorditivo amore.

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